Millenario di Torre – Poesia in onore dell’antica frazione di MARCELLA BANTI

MILLENARIO DI TORRE
POESIA IN ONORE DELL’ANTICA FRAZIONE

(dal giornale online Gonews del 11 dicembre 2018)

Si è concluso poche settimane fa l’ultimo evento organizzato per il Millenario di Torre, dedicato ai poeti locali e alle maestre della vecchia scuola elementare della frazione, ma non è terminata l’onda lunga dell’ispirazione poetica, che caratterizza questa porzione di territorio di Fucecchio in cui sono nati il poeta e giornalista di fama nazionale Enzo Fabiani e i due giovani poeti Samanta Campigli e Simone Gabrielli. Oggi emerge una nuova poesia scritta da Marcella Banti di Fucecchio e dedicata proprio al Millenario della frazione Torre.

Quest’ultima, ispirata dai racconti dei torrigiani Vincenzo Sgherri e Giuliana Bagni, è rimasta così colpita dalla storia di questo antico villaggio di campagna, che ha avvertito l’esigenza di tradurre in versi le immagini e le tradizioni secolari di un intero popolo. Un “simbolo poetico” del lungo Millenario di Torre che Marcella Banti ha voluto donare a Torre e che adesso viene condiviso con l’intera comunità.

 

 

Antichi Passi

Cadono le foglie ingiallite dal tempo.

Nell’aria riecheggia il rumore di antichi passi:

soldati sommersi in pesanti armature fuggono dalla guerra,

pellegrini erranti cavalcano secoli di storia

in cerca di speranza,

volti stanchi,

provati dalla vita,

dissetano le loro sofferenze all’ombra

della miracolosa fonte.

In questa terra ancora silenziosa

e verdeggiante,

tra quelle case costruite sulle macerie di una torre antica

Gregorio ha respirato gli odori della

Divina Pace

ed è diventato Santo.

Una colonna strappata all’usura della storia,

ignara del prestigio del suo marmo,

sorregge quell’angolo di cielo

che ancora protegge i suoi fedeli

e a chi è in cerca delle sue radici

rivela le origini mischiate

tra la regalità romana e l’umiltà di un

Santo.

(Marcella Banti)

«La poesia di Marcella Banti – afferma Francesco Campigli, uno degli organizzatori del Millenario – racchiude, come uno scrigno prezioso, tutti i “passaggi” fondamentali della storia di Torre dall’antichità al Medioevo. Soldati e pellegrini, in particolare nell’età di mezzo, hanno caratterizzato questo territorio, specialmente coloro che attraversavano la Via Francigena o Romea e dunque il tratto tra l’Arno e i boschi delle Cerbaie, per poi proseguire verso Roma. Una “variante” di tale Via – secondo le ricerche di storici e archeologi – lambiva proprio Ultrario, toponimo medioevale corrispondente alla frazione Torre. E poi i contadini di questa terra i quali, provati dalle fatiche del duro lavoro nei campi, si recavano alla fonte di San Gregorio Magno per devozione al Patrono o per bere l’acqua miracolosa, proprio come narra la leggenda secolare, rielaborata molti anni fa anche dal poeta Enzo Fabiani. Leggenda scolpita nella memoria collettiva di un popolo che, ogni anno, celebra – il 12 marzo – la processione alla antica fonte benedetta, rivivendo – tra inni sacri e tradizione – le atmosfere e i sentimenti religiosi radicati nel territorio. Anche l’autrice della poesia riprende la leggenda secondo cui Gregorio si recò in questo luogo e si spinge oltre, forse per omaggiare la frazione collinare di Fucecchio, poiché collega addirittura la sua santità agli «odori della Divina Pace» respirati a Torre (luogo indicato nella documentazione archivistica bassomedievale anche con i toponimi «Podiumturris» e «podium de la torre»); «odori» respirati dal Santo nelle verdeggianti vallate in cui egli fece scaturire – secondo la tradizione – la sorgente miracolosa. E poi il riferimento al borgo che si sviluppa sulle macerie dell’antica torre medioevale, parte della quale è tuttora inglobata tra la Chiesa e il complesso edilizio annesso all’edificio sacro.Infine un fascio di luce illumina le tracce di un passato ancora più antico, che affonda le proprie radici nella “romanità”: si tratta del riferimento alla colonna scoperta recentemente e attribuita dagli studiosi al periodo romano; periodo in cui esisteva già un insediamento, come testimoniano le ricerche archeologiche sul territorio. Una colonna di marmo prezioso (giallo antico, con venature rossastre), proveniente da una cava tunisina attiva fino e non oltre il IV secolo d.C.. Significativi gli ultimi versi della poesia che sembrano incorniciare la storia di Torre “tra la regalità romana e l’umiltà di un Papa”, San Gregorio Magno appunto, che di Roma fu Pontefice, tra i più grandi nella Storia della Chiesa».

( Francesco Campigli )  

Cliccare per leggere la poesia sul Millenario di Torre 

  

Cliccare per leggere l’articolo del quotidiano ” Il Tirreno ”
del  giorno 11 dicembre 2018 dedicato alla poesia del Millenario
 

  

Cliccare per leggere l’articolo del settimanale diocesano ” La Domenica “ del 16 dicembre 2018 (pag. VII) 

 

 

I DUE POETI EMERGENTI DI TORRE: SAMANTA CAMPIGLI e SIMONE GABRIELLI

I DUE POETI EMERGENTI DI TORRE:
SAMANTA CAMPIGLI e SIMONE GABRIELLI

In occasione dell’evento di Domenica 25 novembre 2018,
LA POESIA COME MOMENTO DI INCONTRO,
Vi presentiamo brevemente i due poeti emergenti di Torre:

 

SAMANTA CAMPIGLI ha vinto, nell’anno 2016, il Primo premio del concorso letterario “Affabula – l’arte di raccontare storie” nella sezione Poesia, indetto dall’Assessorato alla Cultura del comune di Fucecchio. La Rivista culturale “Erba d’Arno”, negli anni 2017 e 2018, ha pubblicato i seguenti suoi scritti: “SACRA”, “IL MIO POSTO”, “UN VIAGGIO VERSO CASA”, “RE TEMPO” e “TI VOGLIO BENE, TI AMO”.

 

 

 

 

SIMONE GABRIELLI ha iniziato a scrivere poesie fin da giovanissimo, quando era studente della Scuola superiore “Arturo Checchi” di Fucecchio. Nell’anno scolastico 2005/06 si classificò secondo al Premio letterario “Illuminiamo le vie della Pace” , con la poesia “PAROLE DI PIOMBO”. Nel 2008, la Casa editrice fiorentina MEF (Autore Libri Firenze) ha pubblicato la sua raccolta di sessantuno poesie dal titolo “DIADEMA DI THIRA”. Nel dicembre 2008, Simone Gabrielli ha pubblicato la poesia “FIABA LUCENTE” nella raccolta (Autori vari) della casa editrice Aletti Editore (“Tra un fiore colto e l’altro donato”). L’anno successivo l’Editore Aletti ha pubblicato un’altra poesia di Simone, dal titolo “CASA CON LA MANO CHE SCRIVE” , che è confluita nella raccolta “Il Federiciano”.

 

(Francesco Campigli)

25 novembre 2018 – LA POESIA COME MOMENTO D’INCONTRO E CENA CON LE MAESTRE DELLA SCUOLA ELEMENTARE “G. BITOSSI” DI TORRE

DOMENICA 25 NOVEMBRE 2018  
CHIESA PARROCCHIALE DI TORRE

 LA POESIA COME MOMENTO D’INCONTRO
e
CENA CON LE MAESTRE

della scuola elementare “G. Bitossi” di Torre

 > in occasione del Millenario di TORRE  1018-2018 <

 

ore 17.00 – Saluti di Emma Donnini – Vice-sindaco di Fucecchio e

                    Roberto Pellegrini – Presidente della Proloco Torre

 

ore 17.15 – Introduzione alla produzione poetica dei due autori

                   Samanta Campigli e Simone Gabrielli  

                   Intervengono Aldemaro Toni (Rivista Erba d’Arno),

                   Daniele Cei (Assessore alla Cultura) e

                   Alberto Malvolti (Fondazione Montanelli-Bassi di Fucecchio)

 

Ore 17.45 – Lettura di alcuni testi poetici da parte dell’attrice Benedetta

                    Giuntini. Momenti di riflessione e confronto.

 

Coordina l’incontro il Prof. Francesco Campigli

 

Saranno presenti le Maestre della Scuola elementare di Torre “G. Bitossi” che si tratterranno alla
CENA conviviale presso i locali del Circolo “San Gregorio” alle ore 19.30.

Sarà presente anche la docente Patrizia Moriani (Vice-preside) in rappresentanza della Direzione didattica statale di Fucecchio.

Durante la serata assisteremo alla proiezione di un video con le foto dei gruppi scolastici dagli anni Cinquanta agli anni Novanta del Novecento.

Per info e prenotazioni:

Marco 328.0482201   Francesco 347.6116028

 Tutta la popolazione è invitata a partecipare

 

pagina web : Millenario Torre 1018-2018 ” Villa Sancti Gregorii “

 

cliccare per scaricare la locandina dell’evento del 25 novembre 2018freccia024

19 ottobre 1969 inaugurazione dell’impianto di elettrificazione delle campane e dell’orologio pubblico, iniziativa proposta da Don Giuseppe Mainardi e sostenuta dal comitato presieduto da Giovanni Buti. 

19 ottobre 1969 inaugurazione dell’impianto di
elettrificazione delle campane e dell’orologio pubblico,
iniziativa proposta da Don Giuseppe Mainardi
e sostenuta dal comitato presieduto da Giovanni Buti.
 

 

 

“ Il 27 ottobre 1968, nella solennità della Madonna del Rosario, il Priore annunciò, per la prima volta, tale proposta, ripresa e sostenuta anche agli inizi del 1969, tra Epifania e Pasqua…
… Domenica 19 ottobre 1969, in occasione della solennità della Madonna del Rosario, fu inaugurato l’impianto di elettrificazione delle campane e dell’orologio pubblico, con la partecipazione del corpo musicale di S. Miniato; la festa fu coronata da uno spettacolo pirotecnico.”

Se la ‘battaglia’ contro la lampada non fu vinta dal Priore, circa quindici anni dopo egli ottenne un risultato molto più importante, grazie al sostegno del popolo: alla fine degli anni Sessanta, infatti, fu installato l’orologio sul campanile e furono elettrificate le campane, proprio come avevano già fatto le comunità parrocchiali di Massarella, Ponte a Cappiano, Querce, Fucecchio, S. Pierino, Stabbia ed altre ancora.177 Il 27 ottobre 1968, nella solennità della Madonna del Rosario, il Priore annunciò, per la prima volta, tale proposta, ripresa e sostenuta anche agli inizi del 1969, tra Epifania e Pasqua.178 L’iniziativa del parroco incontrò numerose adesioni tra i fedeli di Torre: la domenica delle Palme del 1969 si riunirono circa trenta capi-famiglia che costituirono un comitato pro elettrificazione delle campane e orologio. Giovanni Buti fu eletto presidente; egli cercò di coinvolgere tutti i parrocchiani ai quali rivolse una lettera per spiegare le ragioni dell’iniziativa promossa e per chiedere una nutrita partecipazione popolare.179 Scriveva, infatti, il neopresidente: «Nella riunione del 31 marzo [1969] fu rilevata soprattutto l’urgenza di tale iniziativa, che non sarà solo per il parroco, ma di tutto il popolo della Torre: per adeguarsi al progresso dei tempi e per essere al pari con gli altri popoli vicini […]; perché le campane sono un vincolo di unità per tutto il popolo, che sente in esse la voce comune, simbolo di unione; per avere una esatta regolarità nel suono della campana nelle varie ore del giorno […], dato che con la motorizzazione si avrà anche il suono automatico ad orario. Per questi motivi credo opportuno sensibilizzare tutta la popolazione […] e rivolgo l’invito a tutti e a ciascuno a prendere parte al Comitato, perché esso sia il più possibile rappresentativo».180 Il 24 aprile 1969, Giovanni Buti indirizzò ai fedeli di Torre un’altra lettera per informarli dei costi necessari alla realizzazione del progetto, affidato alla ditta Scarselli di Lastra a Signa. Il preventivo ammontava a lire un milione e cinquecentocinquantamila, di cui cinquecentomila offerte dal Comune di Fucecchio per l’installazione dell’orologio pubblico. Per questa ragione il presidente del comitato chiese ai torrigiani un contributo generoso: appositi incaricati sarebbero passati da tutte le famiglie della frazione per ritirare le offerte fino al raggiungimento della spesa prevista.181 Domenica 19 ottobre 1969, in occasione della solennità della Madonna del Rosario, fu inaugurato l’impianto di elettrificazione delle campane e dell’orologio pubblico, con la partecipazione del corpo musicale di S. Miniato; la festa fu coronata da uno spettacolo pirotecnico.

Un ringraziamento particolare all’amico Maurizio Buti (qui in foto con suo nonno Corrado) per avermi concesso una foto del suo bisnonno Giovanni e poterla mostrare a tutti coloro che vorranno leggere questa storia  

  

 

 

 

 

 

 

 

Le campane hanno un’origine molto antica.

Con il Cristianesimo hanno acquistato un’importanza fondamentale non solo nella vita religiosa, ma in tutti gli aspetti della vita sociale. Il loro grande sviluppo si è avuto nel Medio Evo, quando hanno cominciato a segnare i ritmi e lo svolgimento della vita sia individuale che sociale. In ambienti dove non si conosceva nessun mezzo per la misura del tempo se non il corso del sole sul cielo durante la giornata e delle stelle con la luna durante la notte, il suono della campana segnava tutti i momenti salienti dello scorrere della giornata e della vita. La campana era praticamente l’orologio che misurava il passare del tempo. Nella civiltà contadina la giornata iniziava all’alba e finiva al tramonto: il contadino iniziava il suo lavoro quando cominciava a farsi giorno e tornava a casa quando il sole scendeva oltre l’orizzonte, d’estate e d’inverno; la notte era per il riposo. Ebbene, la campana ritmava questo scorrere della vita quotidiana. Al mattino, a mezzogiorno e al tramonto la campana suonava tredici tocchi (tre + quattro + cinque + uno): i tocchi dell’ aurora si chiamavano mattutino, quelli di mezzogiorno l’angelus e quelli delle sera vespro o ventunora. Quando suonavano questi tocchi la gente faceva il segno della croce e recitava l’Angelus Domini (l’Angelo del Signore).

Le campane segnavano anche i giorni di festa e i giorni di lavoro con suoni diversi. Così gli avvenimenti lieti e quelli tristi, come i matrimoni e i funerali, venivano annunciati con rintocchi differenti.

(tratto da https://digilander.libero.it/ortonaprpa1/primapagina-10ed-lecampane.htm

l’articolo dell’impianto di elettrificazione delle campane
e dell’orologio pubblico
è tratto dalla pubblicazione:

“AL TEMPO DEL PRIORE DON GIUSEPPE MAINARDI
Immagini e cronache da San Gregorio alla Torre”

Prof. Francesco Campigli (2011)

Il cavallo di Buio e la solidarietà… continua la storia di Torre.

Il cavallo di Buio e la solidarietà…
continua la storia di Torre.

Tanto tempo fa sentii parlare da nonno Gino di questa “nobile” azione del popolo contadino torrigiano degli anni ’30, molto sensibile alle difficoltà dei propri amici concittadini di frazione e non, e mi sono messo alla ricerca dell’articolo di giornale che narrava questa storia … poiché qualcuno diceva che esistesse e che fosse custodito in qualche posto.

Finalmente Liviana Frediani mi ha fatto avere una fotocopia dell’articolo di giornale che narrava tale fatto… l’articolo esisteva realmente e l’originale era gelosamente custodito da Livio Frediani nel suo personale archivio dei ricordi.

Ecco la storia realmente accaduta de “Il cavallo di Buio”, ovvero di Umberto Biondi detto Buio.

È talmente entusiasmante conoscere la “solidarietà” di quel popolo di Torre che è con sincero piacere poterlo mettere a disposizione di tutti i miei amici ed a chiunque abbia desiderio di leggerlo.

Giuliano

 

articolo di giornale 
di Ezio Cioni
(presumibilmente degli anni ’80)

 ” Il cavallo di Buio e la solidarietà “

 

“Il cavallo di Buio” il titolo potrebbe apparire astratto, ma per chi ha vissuto quei tempi è molto significativo e mi auguro che la conoscenza di quei fatti sia perlomeno oggetto di curiosità storica.

 

Siamo negli anni ’30, in una frazione del comune di Fucecchio: a La Torre, mollo estesa come territorio e con circa mille abitanti, in mezzo al verde della campagna tipica toscana, tra colline e vallate che scendono lentamente verso il padule, come fiumi verso il mare.

 

La popolazione di una civiltà contadina che si tramanda di padre in figlio per secoli e secoli, in famiglie di pochi cognomi e tanti rami (i Frediani, i Cioni. i Favini, i Valori , i Campigli ecc.) svolgeva quasi interamente il lavoro dei campi a mezzadria o come piccoli proprietari

 

E’ sorprendente ricordare come la gente era prodiga verso gli altri quando si avvicinava il periodo della semina e del raccolto del grano, della vendemmia, come quando si raccoglieva il granturco e la sera a “veglia” si scartocciava tutti seduti sul monte delle pannocchie fino ad esaurimento, tra grida, canti , risate e … bicchieri di vino, mentre i ragazzi si rincorrevano intorno.

Quella gente aveva anche i suoi guai ed i suoi difetti, ma cercava sempre di risolvere tutti i problemi. Si aiutavano, si parlavano a finestre spalancate e le porte delle case rimanevano aperte anche di notte, tanta era la fiducia dell’uno nell’altro.

Il giorno della festa era un incontro molto importante e a parte la chiesa gremita di credenti, la piazza del piccolo borgo si riempiva ed i giovani e le ragazze avevano l’occasione di scambiarsi, con il viso arrossato dall’emozione, un sorriso o anche qualche parola che in molti casi era poi l’inizio di un dialogo più intimo.

I fatti di rilievo in questa comunità sono stati tanti, ma uno di questi val la pena di raccontarlo.

Tra stalle sempre gremite di bestie che servivano per i lavori nel campi e mucche da latte c’erano due famiglie che avevano il cavallo; uno era un certo Biondi detto “Buio” (quasi nessuno allora veniva chiamato con il suo nome e si usavano nomignoli come il Ninno, il Nano, Ciapone, Fungo, Carcagnoni, la Ralla, il Boddo, Bicco, Rocchino, Brucino, il Bocchi , Bomba).

La famiglia, come tante, era di quelle ad un livello economico non dei migliori ed il suo sostentamento era legato al cavallo e al barroccio che faceva da carrozza, trasporto materiali, spedizioniere, trasporto di legna e fieno.

Buio aveva sempre acquistato i cavalli, per motivi economici, tra i più malandati che offriva il mercato e queste povere bestie, a parte il loro andare incredibilmente lento, quando arrivavano in salita dovevano fare molte soste assieme al loro padrone appiedato e, molte volte, costretto a spingere il barroccio. Un giorno il povero cavallo si rifiutò di lasciare la stalla e di lì a pochi giorni morì.

Buio era disperato; non aveva la possibilità, in quel momento, di acquistarne un altro. Tutta la comunità gli fu vicina e cercò di rincuorarlo, passò del tempo, ma quando la gente si accorse che il cavallo non lo ricomprava si organizzò; nacque una specie di comitato e bussando casa per casa fu chiesto quel che ognuno poteva dare : cosi fu raggiunto la somma necessaria per l’acquisto.

Cosi Buio ricomparve lungo le strade sterrate dietro al lento andare del suo cavallo e quando incontrava i compaesani li fissava negli occhi dimostrando tutta la sua riconoscenza senza bisogno di parlare.

Ora in quelle strade, come in ogni località di campagna, è apparso l’asfalto e le povere case dei contadini sono diventate ville; sono nate altre case, i rigogliosi campi con la vite che faceva da siepe non ci sono più . Gli uomini e le donne si sono mescolali con gente venuta dal nord ed al sud creando la nuova comunità del benessere.

Nulla da dire . La vita è certo più facile, ma questa comunità ha chiuso le finestre e non lascia più la chiave nella porta delle case, anzi la chiude a doppia o tripla mandata ma, soprattutto non è più disposta a dare aiuto al prossimo.