IL GIORNALINO PARROCCHIALE “LA TORRE”
COMPIE CINQUANT’ANNI

Dal Luglio 1972,  una storia che non tramonta

Don Giuseppe Mainardi

“Non posso esservi vicino in ogni momento, ma il cuore non ha ostacoli, né lontananze. Ogni mese vi manderò il giornalino.”

 

Nel luglio 1972, mentre molti torrigiani erano già proiettati verso le meritate ferie, Don Giuseppe Mainardi lavorava alacremente e senza riposo, nel tentativo di realizzare un nuovo strumento di evangelizzazione che gli avrebbe consentito di mantenere in vita un canale di comunicazione con tutti i fedeli, «un collegamento fraterno coi paesani e con gli ex paesani»: il Bollettino parrocchiale di San Gregorio Magno di La Torre. Gli inizi furono incerti e difficili, poi con il passare del tempo il “Giornalino” ha esteso la cerchia di amici. Scriveva, infatti, il Priore, a distanza di un anno dalla pubblicazione del primo numero: «Il nostro bollettino è ora nel suo secondo anno di vita. Se ne stampavano solo 230 copie. Ora se ne stampano 800. Di queste circa 20 vanno all’estero, 210 alle famiglie del paese e le altre sono spedite in Italia a conoscenti, amici, benefattori. Mensilmente il Bollettino “LA TORRE” porta vicino e lontano un pensiero e un saluto». Alle famiglie di Torre emigrate nel secondo dopoguerra e negli anni del boom economico, Don Mainardi scriveva: «Vi ricordiamo sempre tutti. Queste pagine sono scritte mentre ad uno ad uno passate davanti alla mia fantasia. Ricordatevi di noi, del nostro paese e della nostra Chiesa. Avrete sempre una risposta personale, anche attraverso questa nuova rubrica. Mando a tutti i lontani di ogni paese con tanto tanto affetto un cordiale saluto e tanti auguri». E nel 1977 affermava, rivolgendosi ancora agli ex parrocchiani: «Nella ricorrenza della festa di S. Gregorio Magno, vi ho in gran parte riveduti. Questo è per me un grande conforto. Sappiate tutti che vi seguo sempre con grande amore e penso a voi continuamente. Non posso esservi vicino in ogni momento, ma il cuore non ha ostacoli, né lontananze. Ogni mese vi manderò il giornalino. Scrivetemi qualche volta. Sarò ben lieto di rispondervi. Ricordatevi della nostra chiesetta. Un caro affettuoso saluto dalla “Torre campanaria” che vi ama, vi pensa, vi attende». Il Bollettino rappresentava, dunque, la voce della parrocchia, «una umile voce amica a servizio del Vangelo», che entrava in ogni casa «nell’intento di portare a tutti una buona parola cogliendo l’occasione, sia lieta che triste, per elevare il pensiero sempre in alto, in generoso atto di fede, nella bontà e nella misericordia del buon Dio». Non aveva particolari pretese: era «semplice come i fiori che sbocciano su questi prati, come la nostra vita fatta di piccole cose, ma ciò che lo ha sempre animato è stato un desiderio vivo di fare del bene, uno sprone a fare di più e sempre meglio». Affermava, nel 1974, Fiorella La Scala di Firenze, a proposito del giornalino: «È una iniziativa veramente bella che certamente porterà i suoi frutti, perché nella sua semplicità tocca l’anima, portando all’essenziale: Dio». Significative anche le parole scritte, nel 1977, dall’avv. Mario Braccini di Pontedera, indirizzate al parroco di Torre: «È un foglio il tuo, senza pretese, scritto alla buona per i buoni, per gli onesti e per i timorati di Dio. Qualche cosa rimane sempre nel nostro cuore dopo la lettura del tuo giornalino, perché tutto si ispira all’amore e alla carità». La missione del giornalino, dunque, era quella di portare «a tutte le famiglie vicine e lontane tesori spirituali di vita, di grazia, di pace, di bontà, di fraternità e di uguaglianza». Molti lettori, specialmente gli ex torrigiani trasferitisi in luoghi lontani, non mancavano di ringraziare il Priore poiché quelle pagine suscitavano in loro ameni ricordi legati alla gioventù e alla vita rurale trascorsa nelle nostre campagne. Per questo motivo, il Priore volle dedicare una rubrica ai pensieri scritti dagli ex parrocchiani, ai quali il giornalino portava «un po’ d’aria del paese» a cui essi si sentivano ancora legati. Affermava un ex torrigiano: «Attraverso il bollettino vengo a sapere tante cose. Le cronache paesane fanno rivivere, specialmente ai lontani, la nostra stessa vita. Si sentono nomi di persone e di luoghi che sono ormai noti e spesso cari perché nomi di parenti». Mediante il giornalino Don Mainardi riproponeva gli insegnamenti del Vangelo e della dottrina cristiana; ricordava ai fanciulli la necessità di prepararsi adeguatamente ai Sacramenti, partecipando alle lezioni di catechismo; annunciava eventi significativi e gioiosi avvenuti nella casa del Signore come l’amministrazione del Battesimo, dell’Eucaristia, della Cresima, la celebrazione di matrimoni, delle nozze d’argento e d’oro, cui dava sempre risalto. Attraverso le ‘pagine’ del giornalino il Priore non dimenticava mai di richiamare i fedeli di fronte ai ‘mesti rintocchi’ della morte dei parrocchiani, che egli ricordava talvolta con semplici annunci, talaltra con brevi necrologi dettati dal cuore. Tuttavia, i momenti più belli e significativi per la vita parrocchiale erano rappresentati dalla nascita dei bambini, nuovi componenti della comunità cristiana di Torre, «sorriso di speranza come una primavera luminosa». Affermava, infatti, il Priore: «gli occhietti vispi di un piccolo sono due stelle e i suoi vagiti le melodie più belle che fanno sussultare il cuore del babbo e della mamma»; «è bella quella casa dove sorridono i bimbi, dove l’aria è piena dei loro gridi, che sono la musica più bella del Creato». Inoltre, mediante il bollettino, Don Giuseppe annunciava al suo popolo i progetti che egli intendeva avviare a vantaggio della comunità, come i lavori di costruzione dell’asilo parrocchiale e di abbellimento della chiesa, senza mai dimenticarsi dei preparativi per la Festa di San Gregorio Magno, il 12 marzo di ogni anno. Il “nostro” giornalino è stato, dunque, lo specchio fedele della vita della comunità cristiana di Torre, in cui possiamo ripercorrere le tappe più significative del nostro “stare insieme”. Rileggere ciò che è stato scritto in questi quarant’anni è sicuramente emozionante. Rivedere i volti dei nostri cari che oggi non sono più con noi, ripensare ai sacrifici fatti in tempi difficili per il bene della comunità, quando le parole “solidarietà” e “generosità” avevano davvero un significato autentico, è fonte di gioia, ma anche di tristezza, poiché in pochi decenni è cambiato completamente il nostro stile di vita, il nostro modo di rapportarci agli altri. Il giornalino, tuttavia -per usare le parole di Mario Braccini – è sempre stato «una fiaccola nel buio di un mare tempestoso che ci ha sempre indicato il porto sicuro al quale si può approdare per la salvezza». E ancora oggi, a distanza di tanti anni, seppur tra mille difficoltà organizzative, la parrocchia cerca di stampare almeno un giornalino all’anno per non disperdere questa preziosa tradizione, ormai radicata nel cuore di ognuno di noi. Un doveroso ringraziamento a Mons. Idilio Lazzeri e a Don Mario Santucci, per essersi occupati, con cura, del nostro bollettino negli anni in cui in Priore è stato distante dalla parrocchia per motivi di salute. Don Mario ha continuato a stamparlo negli anni successivi con una certa periodicità. Negli anni Novanta veniva spedito, solitamente, ogni tre-quattro mesi, mentre negli ultimi dieci anni le edizioni sono diminuite nell’arco dell’anno. Dal 2007 ad oggi ne sono state pubblicate sei, (compresa questa): solitamente una ogni anno con il riepilogo dei fatti più significativi. Una “edizione speciale”, rivolta anche a Querce e Lazzeretto, è stata realizzata nel mese di ottobre 2010, per il saluto a Mons. Sabet. Da circa dieci anni, a causa dei costi eccessivi del servizio postale, la parrocchia ha cessato di inviarli agli ex parrocchiani e/o amici di Torre residenti al di fuori della frazione. 

Francesco Campigli

 

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GIANCARLO VENIERI
IL “ PRESIDENTISSIMO DEL PALIO”

l’unico che ha vinto tutto quello che un Presidente di Contrada
potesse vincere al Palio di Fucecchio:
torneo di calcetto, 4 corteggi storici, ed il Cencio

Due chiacchere con Giancarlo Venieri…

“…occorre per prima cosa essere una “GRANDE CONTRADA”, partire da piccole e solide basi, occorre la qualità all’inizio di un percorso, poi la quantità verrà nel tempo. In contrada si viene per starci bene , per condividere obbiettivi tutto l’anno e non solo per una settimana. In contrada ci si aiuta l’un l’altro, in contrada non si deve tradire l’amicizia, in contrada si deve costruire un percorso comune dove si possano ritrovare insieme i bambini, gli adolescenti, i ragazzi, gli adulti, le mamme e gli anziani come me…”

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Buongiorno Giancarlo Venieri, sei stato il Governatore della Contrada Torre dal Palio 2009 a quello del 2016, hai guidato la Contrada ottenendo i massimi risultati possibili.
Ma te lo sai che sei il PRESIDENTISSIMO ovvero l’unico Presidente/Governatore che ha vinto tutto ovvero tutte le competizioni del Palio? nel 2012 il torneo di calcetto delle Contrade, nel 2013 il Cencio e ed il corteggio storico nel 2009, 2010, 2012 e 2014 …

 

Che bei ricordi… ogni volta che incontro gli altri Presidenti delle Contrade mi dicono che sono fortunato ad aver vissuto tutte quelle gioie in così pochi anni, una fortuna che a nessuno di loro è stata mai possibile vivere, così tante vittorie insieme ai miei “bimbi e bimbe di contrada” perché mi sento un po’ come il babbo di questa Contrada, per la mia età! Tutti gli altri Presidenti continuano a ricordarmi la fortuna di vivere in una frazione piccola, unita e solidale, in un paesaggio stupendo, in cui tutti ci si vuole bene e che tutti i ragazzi soprattutto, si impegnano a costruire qualcosa di buono per raggiungere buoni risultati; i risultati in Contrada Torre non vengono per caso, quello che altrove è difficile qui da noi è il triplo più difficile ed ogni vittoria è la conseguenza di un lavoro costante ed intenso!


Oltre al Cencio abbiamo vinto 4 corteggi storici, un risultato raggiunto solo dalla tua contrada bianco-celeste, qual’ è stato il segreto di questo meritato traguardo delle tue “bimbe di contrada” ?

L’amicizia, la sincerità, la voglia di stare insieme, di fare un percorso insieme ed insieme di arrivare al traguardo di vincere il premio più bello di quella settimana. Ehhh si, perché vincere il premio di migliore corteggio storico a Fucecchio non è una fortuna che cade dal cielo o dovuta allo stato fisico di un cavallo o da accordi fra fantini ma è il risultato di un percorso durato un anno, pieno di sacrifici, a partire dall’invenzione del tema del corteggio, e poi al successivo studio approfondito e la ricerca dei particolari dei vestiti e poi di tante sere passate a cucire e preparare i costumi per scendere quella domenica mattina a Fucecchio e rappresentare al meglio la tua terra, la tua Torre, per sentirsi dire anno dopo anno nel percorso del corteggio per le vie di Fucecchio: ECCO LA TORRE, E’ SEMPRE LA CONTRADA CON LA PIU’ BELLA SFILATA, OGNI ANNO INVENTANO SEMPRE QUALCOSA DI ORIGINALE !!! Abbiamo portato solo noi per le vie di Fucecchio dei temi sensazionali (la storia delle api con un alveare ed api vive, quella della seta con i suoi bachi vivi, i lupi delle cerbaie, la peste e la quaresima, la tintura dal vivo della stoffa, ecc ecc)
Come Presidente, con tutta la mia famiglia,  ho sempre voluto sfilare con la mia Contrada non come primo rappresentante ma come popolano, come uno che faceva parte di un gruppo, bellissimo e affiatato.

 

Cos’è per te la Contrada Torre?

Una sera nel 2009, mentre andavo con Meri (Menichetti) a Firenze ad acquistare degli oggetti per la sfilata storica mi disse: “Giancarlo te la sentiresti di fare il Presidente ed io con te sarei la tua Vice-presidente per il prossimo triennio, questi ragazzi avrebbero bisogno di te!” Ecco quella proposta fu una bellissima sorpresa che ancora oggi porto nel mio cuore, e non potei che rispondere di si! Era quello che desideravo di più in quel momento, ovvero dare tutto quello che potevo a questa frazione che mi aveva accolto a braccia aperte fin dal mio arrivo da Santa Croce sull’Arno; avevo trovato una Contrada molto giovane che aveva probabilmente bisogno di figure con una età più grande e matura… ecco la storia di Giancarlo e Meri in Contrada Torre, insieme con tanta soddisfazione e felicità per molti anni, contenti di aver rappresentato tutti i contradaioli e contradaiole bianco-celesti e di aver ottenuto tantissimi meritati premi poiché raggiunti con spirito di sacrificio e senso di appartenenza.

Anzi, concludo, che per me s’era vinto anche il corteggio storico del 2013, ma poi avendo vinto il Cencio  quell’anno … non ci fu concesso di fare cappotto e vincere tutto, sarebbe stato un fatto troppo pesante da far digerire …

 

Giancarlo cosa consiglieresti per il futuro della tua Contrada Torre?

Oramai sono il nonno di questa Contrada, della mia contrada del cuore, e mi sento di dare questi consigli ai giovani: siate uniti, rispettosi fra di voi, umili e laboriosi, solo così si fa una grande contrada.

Non è importante essere solamente una contrada grande, fatta di tanta gente con poca passione e poco senso di appartenenza, occorre per prima cosa essere una “GRANDE CONTRADA”, partire da piccole e solide basi, occorre la qualità all’inizio di un percorso, poi la quantità verrà nel tempo. In contrada si viene per starci bene, per condividere obbiettivi tutto l’anno e non solo per una settimana. In contrada ci si aiuta l’un l’altro, in contrada non si deve tradire l’amicizia, in contrada si deve costruire un percorso comune dove si possano ritrovare insieme i bambini, gli adolescenti, i ragazzi, gli adulti, le mamme e gli anziani come me.

Questo è il “senso di appartenenza” ai colori bianco-celesti, e questa è stata la mia Contrada e mi impegnerò tutti i giorni ad aiutare i nuovi responsabili di Contrada a perseguire questi ideali.

Solo così si costruisce una “GRANDE CONTRADA” con buone qualità di base e sincero senso di appartenenza, poi di conseguenza arriveranno tante persone e tutto diventerà meno difficile.

Intervista di Giuliano Frediani

foto tratta dal giornalino :

Dicembre 2013 – n.18 uscita 

giornalino018 43x22 clicca per download

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giuliano on Giugno 11th, 2021

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VALERIO NACCI

IL “MAESTRO” DEI MUSICI
BIANCO-CELESTI

Due chiacchiere con il maestro dei musici: Valerio Nacci
A cura di Chiara Nicoletta Lorenzo Giannelli

“Della Contrada Torre mi è rimasto un bellissimo ricordo, quel che mi trasmetteva la gente, i piccoli gesti che mi appagavano, coerenti e veri.”

 

Parto introducendo un po’ me stesso e il mio percorso che mi ha portato a quel che faccio tutt’oggi, insegnare e portare la mia passione e le mie conoscenze nel mondo dei musici, perché io non mi ritengo un “ maestro” , ma un amante della musica che vuole tramandare ciò che possiede nel suo bagaglio al prossimo. Inizio con il dire che sono nato alla Torre, precisamente in quella piccola finestrina in alto della casa di Caino.

All’età di 8 anni ho iniziato a suonare la batteria, essendo un amante del tiro con la balestra e la storia, ho fatto parte anche dei Cavalieri del Tau, ho sfilato in alcune contrade di Fucecchio per alcuni anni, sia da tamburino che non, fino a collaborare con quasi tutte le contrade del Palio di Fucecchio per insegnare loro basi, passi , suoni e tutto ciò che poteva servire per migliorare o addirittura creare fin dal principio un gruppo musici, proprio come successe con la contrada Torre.

Il primo anno non fu molto semplice, partimmo proprio dal nulla, erano tutti alle prime armi, la cosa poteva spaventare, ma in realtà spesso è meglio partire dal niente che lavorare su un qualcosa già creato oltretutto non tuo, quindi ci siamo rimboccati tutti le maniche e dopo circa un annetto di prove, su prove creammo sei passi e un bel gruppo grintoso.

Ecco una cosa che mi è rimasta impressa e non dimenticherò mai è la totale attenzione che anno dopo anno mettevano quei ragazzi, per me quella era soddisfazione pura. Piano piano tutti i componenti del gruppo si sono perfezionati e tutt’oggi, nonostante il gruppo musici della contrada Torre sia composto da nuovi membri, noto un forte miglioramento su una base da me precedentemente impostata.

Per me lo schieramento di un gruppo musici è molto importante, ma viene spesso sottovalutato, non occorre essere in molti , ma che ci sia qualità nel gruppo , piccolezze o banalità che fanno la differenza.

Il rullante è importante, ma io lo interpreto come uno strumento di contorno, l’anima del suono è l’imperiale, quando creo un passo il suono la sua melodia deve essere amalgamata all’udito.

 

Però una cosa che gli dicevo sempre era : “ quando passate per il corso storico gli imperiali devono far tremare la Terra”.

 

 

Della Contrada Torre mi è rimasto un bellissimo ricordo, quel che mi trasmetteva la gente, i piccoli gesti che mi appagavano, coerenti e veri. Io mi ritengo un “contradaiolo del Palio di Fucecchio”, che si emoziona al suono dei suoi passi e che non ha mai partecipato o visto una corsa di cavalli, perché a me i brividi vengono la mattina della sfilata appena sento tremare il terreno da imperiali e rullanti, è lì che mi trema anche l’anima.

Valerio Nacci 

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Articolo tratto da:


IL COLLE PARLA

giornalino della Contrada Torre

 Giugno 2021 – uscita n.05  

 

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Giornalino realizzato con la collaborazione di Virginia Francalanci, Giulia Frediani, Cristiana Parisi, Alessandra Neri, Lorenzo Giannelli, Chiara Nicoletta

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Daniele Barsacchi

I nuovi contradaioli raccontano …

L’intervista di DANIELE BARSACCHI, a cura di
Virginia Francalanci,  Cristiana Parisi e Giulia Frediani.

 

Cosa ti ha spinto ad entrare/venire nella contrada Torre? Ho iniziato a far parte della contrada per merito della mia ragazza (Rachele Goracci ndr) ed è stato grazie a lei se mi sono appassionato ed ho potuto capire cosa volesse dire “essere un contradaiolo”.

 

Come ti sei sentito accolto? Qualche settimana prima del palio 2017 siamo andati a vedere come procedevano i preparativi per i carri della sfilata e, dopo le presentazioni, mi è stato chiesto se volessi prenderne parte. Inutile dire che mi sono sentito subito il benvenuto.

 

Cosa provi quando sei in contrada? Mi piace quando posso trascorrere del tempo in contrada: si respira una bella atmosfera. Stare lì ti dà l’occasione di conoscere e parlare anche con chi altrimenti non ne avresti la possibilità.

 

Cosa hai provato la prima volta in cui hai partecipato al palio? Come detto il primo palio è stato nel 2017, con Red Riu. Le sensazioni e le emozioni iniziate già la mattina durante la vestizione per la sfilata, il pranzo tutti insieme, il carosello di macchine per raggiungere la “buca”…e infine quel cavallino che ci ha fatto sognare per un giro e mezzo. Sono immagini che non dimenticherò mai.

 

Un pregio e un difetto della vita in contrada? Una delle cose che più mi colpisce della nostra contrada è l’impegno che viene messo da tutti noi per realizzare e portare a termine gli impegni presi. Quello che mi dispiace è il senso di divisione che in certi momenti si è percepito, anche se con il tempo spero che queste divergenze vadano ad assottigliarsi.

 

Una breve descrizione di cosa è per te la contrada. Non credo che la contrada sia un semplice luogo dove ritrovarsi o un organismo regolato da uno statuto, ma più semplicemente: quando penso alla contrada penso alle persone che ne fanno parte, a tutti coloro che condividono la stessa passione e il senso di appartenenza ai nostri colori: BIANCO E AZZURRO.  

 

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Debora Pellegrini

Le donne di Contrada raccontano …

A cura di Virginia Francalanci e Cristiana Parisi 

Come ci si approccia alla contrada, quando il palio è ancora una novità? Come inizia l’amore per la Contrada, quando questa deve finire ancora di formarsi?  È la prima cosa di cui ci ha parlato Debora Pellegrini, una presenza costante e conosciuta da tutti alla Torre. Ci ha raccontato di come lei fosse ancora una bambina quando è entrata in questo mondo.  E i suoi inizi all’interno della contrada ce li racconta con un aneddoto:

“Una sera arrivammo in piazza, c’erano i Cei e un gruppo di persone più grandi. Ci chiesero se volevamo andare tutti a Fucecchio a sfilare, ci servivano un paio di jeans, una maglietta bianca e lo stemmino.  Noi non avevamo nessun vestito “di contrada”, ognuno di noi aveva appunto la fruit bianca e i jeans, visto che i colori assegnati erano bianco e celeste. La Da-Gi, di Danilo, babbo di Giuliano Frediani, aveva una ditta che si chiamava appunto Da-Gi e che aveva uno stemma con una torre. Decidemmo di prendere lo stemma, ritagliarlo e metterlo sulle magliette, visto che era un adesivo.

Le bandiere che avevamo erano fatte con le canne di bambù della sala da ballo ed erano state cucite dalla mamma di Franco e Loriano Cei!” Ingresso da giovanissima, e presto arrivano anche le responsabilità: Debora si è sempre data da fare e si è sempre resa disponibile, tanto che a 23 anni si è ritrovata a fare la Presidente(ssa).    

A quei tempi le persone in contrada si contavano sulle dita di una mano e, durante una riunione in cui erano presenti “i soliti 5 gatti” ed era necessario distribuire le cariche richieste dal Comune, Debora dice di sì a questa sfida. Ma ci tiene a puntualizzare: “Non sapevo cosa mi aspettasse né cosa dovevo fare. In realtà non c’era qualcosa di preciso da fare, anche se eravamo pochi eravamo un gruppo coeso e quindi le cariche alla fine rimanevano molto sulla carta, tutti facevano tutto”. È bello ascoltarla parlare di quel periodo, in cui ci descrive una contrada in qualche modo diversa da quella che viviamo oggi: “In quegli anni (primi anni ‘90) è venuta fuori la contrada che volevo, ci siamo uniti tanto anche se ovviamente, come sempre, c’erano comunque dei conflitti. Ognuno faceva tutto, da servire, a organizzare i giochi per bambini, a pulire, a fare la sfilata e cercavamo di attrare persone intorno alla contrada, ma non solo per il palio, più per viverla come comunità.

Abbiamo organizzato un sacco di eventi, come il torneo di calcio balilla   , serate con Radio4, le cene in piazza, le varie feste, tra cui il famoso evento “Torre in festa”, in cui siamo riusciti a coinvolgere tutta la Torre ed è stata una grande soddisfazione, anche perchè era nata dal niente. Tre serate con i tornei e i giochi che coinvolgevano tutte le contrade di Fucecchio, che ci mandavano le squadre per partecipare. Alla fine a organizzarla eravamo una decina di persone! Parte del ricavato servì a mettere a posto il circolo, che era anche la nostra sede. Non c’erano limiti in quel momento lì, era benvenuto chiunque facesse qualcosa di buono”. Ovviamente, tra un aneddoto e l’altro, la domanda viene spontanea:

“cos’è per te la contrada?”.  Questa dovrebbe essere la contrada: un posto dove stai bene e c’è un progetto comune. Deve essere un ambiente collaborativo, perché se c’è collaborazione funziona e va bene e stai bene, quando questa manca diventa tutto pesante. La contrada dovrebbe essere un ambiente inclusivo e aperto. Purtroppo può capitare, quando c’è un gruppo coeso, che si chiuda. Probabilmente non succede neanche volontariamente, magari si potrebbe farlo notare in quel caso, perché all’interno non viene percepito. In ogni caso, la base per stare in contrada è starci bene: se deve essere un posto dove ci si sente sacrificati o pressati, c’è qualcosa che non sta funzionando. La contrada a volte sembra essere o dovere o fatica e io invece non sposo questa idea della contrada come sacrificio. Deve essere piacere, io devo venire nella misura in cui mi fa piacere, non scarifico qualcosa per la contrada, ma vengo perché è un piacere per me. Si dovrebbe trovare la propria dimensione di piacere nella contrada, sennò succede così: ci sono anni in cui ti sdai e poi abbandoni, perché a un certo punto diventa tutto troppo e sei stanco. Non si deve arrivare a quello e per non arrivarci ci vuole collaborazione, la dimensione del piacere giusto di ognuno”.   

E ciò che Debora ha sofferto dei suoi anni in contrada è proprio la mancanza di continuità, che è tipica della Torre, una serie di rotture tra “vecchio” e “nuovo”, situazioni che a volte portano ad allontanarsi. Ci racconta che comunque, negli anni in cui è stata più lontana dalla contrada, le è mancata tantissimo, “alla fine è vero che non importa chi c’è, ma importa starci bene, e succede che manca troppo e uno si adatta ai nuovi equilibri. Quando in Contrada ci nasci l’attaccamento rimane, la contrada ti rimane dentro. Il palio ha fatto parte della mia vita, non tanto la corsa, ma la contrada in sé e ovviamente la sfilata”.     

E parlando di palio e di corsa, come non chiederle qualcosa sulla vittoria. “È stato quello che aspettavamo da sempre e pensavamo non sarebbe mai successo. “La gioia più grande per me è stata fare il giro con le macchine  con persone che alla torre non ci vivono più ma che si sono sentite di venire, ci si guardava e si rideva, ci si sentiva tutti appartenenti e provenienti dallo stesso posto e con lo stesso fine”. Le cose da raccontare e di cui parlare sono tante e ascoltare Debora aiuta a capire meglio quante sfaccettature abbia la vita di contrada. Ci dice che per lei “l’esperienza con la contrada è anche un’esperienza di vita, mi ha permesso di fare cose ed esperienze che altrimenti non avrei fatto e mi ha fatto superare quelli che credevo ostacoli enormi. Certo, con difficoltà, ma sono stati superati, e sicuramente l’esperienza che mi ha dato la contrada se non ci fosse stata adesso mi mancherebbe. Della contrada in toto ho solo da ringraziare di averla avuta anche come riferimento”. Ovviamente non ci siamo fatte mancare la domanda finale: “cosa diresti a chi è adesso in contrada?” “Apertura, perché se siamo aperti si attirano le persone, se ci si chiude non si attira nessuno. Chi arriva deve sentirsi benvenuto, tutti devono avere la possibilità di essere parte di una contrada se vogliono. Se decido di passare da lì e fermarmi mi dovrei sentire bene accolta e questo ci riporta al discorso del piacere: tutto ha una certa misura per tutti e con quella misura tutti si fanno grandi cose”.    

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